La Scrittura ci consegna una delle frasi più brevi e più profonde: “Gesù pianse” (Giovanni 11:35). Davanti alla tomba di Lazzaro, il Figlio di Dio, Colui che è la risurrezione e la vita, si ferma e piange. Questo ci rivela qualcosa di straordinario: Dio non è distante dal dolore umano, ma vi entra, lo sente, lo condivide. L’uomo di Dio trova in queste parole una grande consolazione: se Gesù ha pianto, allora anche le nostre lacrime hanno un valore davanti a Dio. Non sono segno di debolezza, ma espressione di un cuore vivo. Gesù sapeva che avrebbe risuscitato Lazzaro, eppure pianse. Questo significa che il dolore non è annullato dalla fede, ma attraversato dalla presenza di Dio. L’uomo di Dio non è chiamato a negare le emozioni, ma a viverle alla luce della comunione con Cristo. Piangere non è perdere la fede, è portare la propria umanità davanti a Dio. E in quel pianto c’è compassione, c’è amore, c’è partecipazione. Gesù pianse per il dolore di Marta e Maria, pianse per la realtà della morte, pianse perché ama. L’amore vero sente, partecipa, soffre. Ma quel pianto non è senza speranza: subito dopo, Gesù grida: “Lazzaro, vieni fuori!” (Giovanni 11:43). Le lacrime non sono l’ultima parola; l’ultima parola è la vita. L’uomo di Dio impara così che può piangere, ma non disperare; può soffrire, ma non perdere la speranza. Perché Cristo è presente anche nelle lacrime e trasforma il dolore in occasione di rivelazione della Sua gloria. Oggi, se il tuo cuore è appesantito, ricorda: Gesù conosce il tuo dolore, lo ha vissuto, lo comprende. Non sei solo nelle tue lacrime. E come ha fatto davanti alla tomba, così può fare anche oggi: entrare nella tua situazione e portare vita. Oggi preghiamo: “Signore, grazie perché Tu non sei lontano dal nostro dolore. Nelle nostre lacrime, resta con noi. Consola il nostro cuore e donaci la certezza della Tua vita. Amen.”
