«Tu sai questo: che tutti quelli che sono in Asia mi hanno abbandonato, tra i quali Figello ed Ermogene. Conceda il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché egli mi ha molte volte confortato e non si è vergognato della mia catena; anzi, quando è venuto a Roma, mi ha cercato con premura e mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso di lui in quel giorno. Tu sai pure molto bene quanti servizi abbia reso a Efeso». 2 Tim. 1: 15-15
Paolo, apostolo di Cristo, dichiara di essere stato abbandonato da molti in Asia, e cita in modo particolare Figello ed Ermogene. Le sue catene erano considerate motivo di vergogna: simbolo di fallimento umano, di disprezzo sociale, una condizione dalla quale prendere le distanze per non esserne coinvolti. Eppure Onesiforo fece l’opposto: non si vergognò, ma continuò a sostenere e a confortare il ministero dell’apostolo, mostrando fedeltà non all’apparenza, ma all’opera di Dio.
Questa è l’ultima epistola di Paolo. Dopo di essa, la testimonianza apostolica prosegue nella storia per l’azione continua dello Spirito Santo, che porta avanti l’insegnamento di Dio mediante la Sua Parola. La missione non si interrompe con le catene di un uomo: è lo Spirito che custodisce e trasmette l’Evangelo.
Paolo aveva già affermato ai Romani: «Io non mi vergogno dell’Evangelo, perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Romani 1:16). La vergogna nasce quando si rifiuta una condizione ritenuta distante dai modelli umani di successo. L’uomo carnale preferisce l’apparenza luminosa, evita le fatiche del servizio nascosto, ricerca ciò che è visibile e applaudito. Così si costruisce una veste scintillante, apparentemente senza macchie, ma incapace di condividere il peso del patimento del servitore fedele.
Non è esagerazione: è la realtà vissuta da Paolo e da tutti coloro che scelgono di vivere pienamente l’Evangelo. Gesù lo aveva annunciato chiaramente: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui» (Marco 8:38; cfr. Matteo 10:33). Può sembrare lontana l’idea di vergognarsi di Cristo, soprattutto in un tempo in cui molti lo proclamano a parole. Tuttavia la vergogna si manifesta quando si evitano le scomodità del soccorso, quando si fa il bene per apparire, quando si rifiutano i servizi nascosti, faticosi, quelli che “sporcano le mani”.
Paolo serviva in prigione, nel nascondimento e nel disprezzo; Cristo stesso fu esposto all’infamia e alla derisione. E oggi? Con le labbra si onora Cristo, ma nei fatti lo si disprezza ogni volta che ci si volta dall’altra parte davanti al bisogno, quando la spiritualità cede di fronte alla pressione umana, quando si preferisce la propria immagine alla fedeltà del servizio.
Gesù pronunciò quelle parole conoscendo la fragilità carnale dell’uomo, incline a soddisfare prima il proprio ego che la volontà di Dio. La vergogna diventa così la radice della dissociazione dal servizio autentico e dalla chiamata del Signore: «Andate». La chiamata è personale, ma diventa comunitaria nella comunione stabilita in Cristo, che servì gli ultimi lontano dai riflettori e offrì tutto al Padre.
L’Evangelo scomodo, disprezzato e privo di ornamenti umani è l’Evangelo rivestito di potenza. È questo che Dio ha stabilito per la salvezza di chiunque crede. Perciò il credente può dichiarare con franchezza: io non mi vergogno dell’Evangelo.
Ril. S.F.
